Ad un anno dalla sua elezione Obama si rivela come un presidente essenzialmente domestico impegnato a contrastare la crisi economica, ad affontare gravi problemi di budget e a gestire un sempre più complesso rapporto con il Congresso, peraltro aggravatosi dopo la recente sconfitta in Massachussetts che ha rimesso in discussione lapprovazione al Senato della riforma sanitaria.
Tecnicamente gli Stati Uniti sembrano fuori dalla recessione - il PIL dellultimo trimestre del 2009 è aumentato del 5,7% - ma, secondo la rilevazione dellultimo trimestre del 2009 mantengono un tasso di disoccupazione al 10% : se Wall Street viaggia ormai verso luscita dal tunnel, Main Street in particolare la classe media - percepisce in pieno gli effetti di una crisi particolarmente dura. La perdita di consenso, dopo i fasti dellelezione, ha convinto Obama a virare la sua strategia verso alcuni elementi di politica economica populista di cui lattacco al sistema finanziario fa parte - e a riconquistare la classe media attraverso una politica di incentivi in particolare per le piccole e medie aziende. Di fronte ad un deficit pubblico crescente il Presidente promette anche di congelare le spese discrezionali che ammontano al 6% del bilancio federale. Lapproccio particolarmente duro e deciso adottato da Obama nel recente discorso sullo Stato dellUnione dimostra si è detto - che non può esserci su questioni economiche di primo piano alcuna delega ai tecnici, ma che le soluzioni alla crisi sono frutto di una decisa e meditata azione politica.
Impegnato essenzialmente sul fronte domestico il presidente americano ha scelto una politica estera continuista con il secondo mandato di Bush, che, sotto lapparente immagine di disponibilità al dialogo, rivela unimpostazione di fatto nuovamente unilateralista come il G20 ha indubbiamente dimostrato.
In questa ottica lEuropa sembra vivere una situazione paradossale: linerzia dimostrata nellera Bush veniva giustificata in un certo senso con una non adesione ideologica alle scelte dellalleato americano. Nellera Obama peraltro ancora popolarissimo nel vecchio continente lEuropa si trova, suo malgrado, a dover assumere un ruolo meno passivo. La politica estera del Presidente sta infatti spostando il baricentro del sistema internazionale verso lAsia, Cina in testa. Lirrilevanza europea al vertice di Copenhagen è una dimostrazione recente di questo orientamento dellamministrazione democratica. Se vuole continuare a contare e secondo molti è forse troppo tardi lEuropa deve dimostrare di avere visione e capacità di leadership non solo intercettando questi nuovi orientamenti, ma riuscendo ad elaborare una strategia che imponga negli assetti internazionali un livello di consultazione G3 piuttosto che un sempre più probabile G2.
